Pace fiscale: cos’è, quando conviene e come funziona

Liti tributarie: è meglio coltivarle o…chiuderle?

La pace fiscale è davvero possibile? Nella vita di tutti i giorni, associare il termine “pace” a “fiscalità” potrebbe sembrare un azzardo, o forse un ossimoro. 

Quando si parla di protezione del patrimonio, infatti, il pensiero corre subito alle pretese dei nostri possibili creditori e alle modalità con le quali, nel rispetto della legge, possiamo proteggere i nostri beni da possibili aggressioni.

Senza dubbio, uno dei principali creditori è il Fisco, al quale dobbiamo tutti il nostro obolo annuale in cambio dei (sempre più esigui, purtroppo) servizi che lo Stato ci offre.

Molte volte le pretese del Fisco sono palesemente illegittime o infondate. Di conseguenza i contribuenti si rivolgono alle Commissioni Tributarie per ottenere giustizia.

Può accadere, anche, che i debiti tributari siano incerti nella loro esistenza e consistenza. Questo pone, ancor di più, i contribuenti davanti a una scelta. Conviene estinguere il debito? O è meglio continuare a coltivare un contenzioso costoso e non prevedibile nel suo esito finale?

Pace fiscale: la “definizione agevolata delle controversie tributarie”

Periodicamente, in Italia, interviene il Legislatore a sciogliere i dubbi, attraverso i famigerati condoni, o altre leggi. Essi hanno la finalità di incentivare la chiusura dei contenziosi e, naturalmente, rimpinguare le entrate delle Stato.

È il caso, appunto, della legge sulla “definizione agevolata delle controversie tributarie”. Attraverso questa legge, si possono estinguere le liti pendenti alla data del 24 ottobre 2018. In questi casi, si paga, la maggior parte delle volte, soltanto una parte del proprio debito verso il Fisco. Tuttavia, prima, è necessario provvedere alla presentazione di apposita istanza. Si richiede anche un pagamento. L’importo è variabile e legato al valore della controversia. La cifra di questo valore è pari all’importo del tributo al netto di interessi e sanzioni.

Pace fiscale: come si applica la definizione agevolata e quanto si paga

La legge prevede varie situazioni in cui può trovarsi il contribuente.

1) In caso di ricorso pendente, iscritto nel primo grado di giudizio, la controversia può essere definita con il pagamento del 90% del valore della controversia.

2) La soccombenza, però, dell’Agenzia delle entrate nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale (non cautelare) depositata alla data del 24 ottobre 2018 porta a definire gli atti con il pagamento delle somme di seguito indicate:

  • 40% del valore della controversia, in caso di soccombenza nella pronuncia di primo grado;
  • 15% del valore della controversia, in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado;
  • 5% del valore della controversia, per le controversie pendenti in Cassazione in caso di soccombenza in tutti precedenti gradi di giudizio.

Quali controversie possono essere definite e come si perfeziona la definizione?

Possono essere definite le controversie in cui il ricorso in primo grado è stato notificato alla controparte entro il 24 ottobre 2019. In più, il processo non deve essersi ancora concluso con decisione definitiva alla data della presentazione della domanda di definizione.

La definizione si perfeziona con il pagamento dell’importo dovuto entro la data del 31 maggio 2019. Se gli importi non superano i mille euro, si deve provvedere al pagamento per intero. Invece, sopra tale soglia, è riconosciuta la possibilità di procedere al pagamento rateale. E’ previsto un massimo di venti rate trimestrali, ed esclusione della compensabilità.

Il termine di pagamento delle rate successive alla prima scade il 31 agosto, 30 novembre, 28 febbraio e 31 maggio di ciascun anno a partire dal 2019. Sulle rate successive alla prima, si applicano gli interessi legali calcolati dal 1° giugno 2019 alla data del versamento.

È conveniente ricorrere alla pace fiscale?

Ovviamente, la risposta a questa domanda dipende da vari fattori. Bisogna infatti considerare sia l’importo del tributo dovuto sia la personale propensione al rischio.

Ad esempio, se alla data del 24 ottobre 2018 ci fosse già una sentenza sfavorevole al contribuente e l’importo del tributo fosse modesto, allora la convenienza sarebbe evidente. In questo caso è meglio pagare solo l’imposta dovuta. Così facendo si risparmiano sanzioni e interessi. Questi infatti potrebbero rivelarsi molto onerosi.

Allo stesso modo, se, alla data indicata, ci fosse una sentenza favorevole al contribuente in primo grado, si pagherebbe soltanto il 40% dell’imposta per chiudere la lite e, in secondo grado, addirittura, il 15%!

La convenienza della definizione è legata, anche in tali ultime situazioni, all’importo del tributo dovuto. Più è consistente, più è conveniente chiudere la lite. In questo modo si evita di andare a pagare una cifra ragguardevole nel caso che il prosieguo del processo tributario non andasse per il verso giusto.

Tuttavia, una maggiore propensione al rischio potrebbe condurre il contribuente a decidere di continuare la lite con il Fisco. Ciò è causato dell’esistenza di sentenze favorevoli. La decisione è inoltre influenzata dalla speranza che queste possano essere confermate negli ulteriori gradi di giudizio.

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Francesco Zucco
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Laureato con lode in Giurisprudenza all’Università di Bologna e con un Master in Diritto Tributario, si specializza, come avvocato, in diritto penale. Ha sposato la causa di Assistenza Brokers e Alpha4All, con lo scopo di permettere a tutti di gestire il proprio patrimonio autonomamente anche da un punto di vista legale e tributario.