Finanza Comportamentale: la psicologia nel trading

Finanza Comportamentale: la psicologia nel trading – Sommario

  • La finanza comportamentale spiega l’effettivo comportamento degli agenti economici in condizioni di incertezza.
  • Gli studi dimostrano che gli investitori agiscono sulla base di componenti emotive ed istintive, non necessariamente così ottimizzanti e razionali come previsto dalla finanza classica.
  • Attraverso numerosi esperimenti di psicologia cognitiva, alcuni psicologi dimostrarono come le scelte degli esseri umani violassero sistematicamente i principi della razionalità economica.

Cos’è la Finanza comportamentale?

La finanza comportamentale (in inglese Behavioural Finance) ha mosso i primi passi intorno agli anni Settanta e Ottanta come applicazione dell’economia comportamentale ai mercati finanziari.

L’obiettivo è stato fin dall’inizio quello di analizzare in modo più realistico i fenomeni finanziari, al fine di spiegare l’effettivo comportamento degli agenti economici in condizioni di incertezza.

Diversi studi empirici hanno infatti dimostrato che, molto spesso, il funzionamento dei mercati presenta delle evidenti “anomalie” in forte contrasto con le teorie economiche tradizionali basate sull’ipotesi di razionalità assoluta degli individui.

Cosa studia la finanza comportamentale 

La finanza classica si fonda sull’assunto di efficienza dei mercati (Efficient Market Hypothesis) e sul fatto che gli operatori si comportino sempre in modo appropriato ed ottimale, massimizzando la propria funzione di utilità attesa nei processi valutativi e decisionali.

Gli studi di finanza comportamentale dimostrano invece che, in realtà, gli investitori agiscono sulla base di componenti emotive ed istintive, non necessariamente così ottimizzanti e razionali.

Per questo motivo i modelli tradizionali falliscono spesso nella loro capacità descrittiva, poiché trascurano di esaminare le fasi che portano alla formulazione di scelte ed aspettative.

La mente umana è infatti soggetta a limiti biologici e fisiologici, che la costringono dunque a semplificare la realtà circostante attraverso un’approssimazione delle informazioni ottenute o l’utilizzo di euristiche e filtri cognitivi. Inoltre l’influsso delle emozioni e dei sentimenti porta i soggetti a commettere errori valutativi. Questi possono poi tradursi in scelte irrazionali e per nulla ottimali, ma sicuramente soddisfacenti se si tiene conto dei vincoli in cui essi operano.

Basi della finanza comportamentale

Le ricerche di finanza comportamentale prendono perciò spunto dal lavoro di psicologi e sociologi, i quali indagano su come gli individui ragionano, elaborano i dati a disposizione e risolvono i problemi di valutazione e di decisione. Grazie a questi contributi i ricercatori hanno introdotto nei loro modelli finanziari sia quei processi mentali non del tutto razionali, sia una serie di errori cognitivi che possono inficiare la corretta raccolta delle informazioni, la determinazione del giudizio e la successiva azione degli attori economici.

La finanza comportamentale può quindi essere vista come un approccio interdisciplinare che fonde assieme elementi di economia, finanza, psicologia e sociologia, per capire meglio il reale funzionamento dei mercati finanziari e i meccanismi psicologici che caratterizzano le scelte dei singoli individui o di un gruppo di investitori in situazioni di incertezza.

Il contributo più importante che diede il via a tutti i successivi studi sulla finanza comportamentale proviene da Daniel Kahneman e Amos Tversky (1979). Questi psicologi hanno analizzato i processi valutativi e decisionali degli agenti economici, con particolare attenzione agli errori cognitivi e ai meccanismi di costruzione di preferenze e scelte in condizioni di incertezza.

I due hanno dimostrato attraverso indagini empiriche che, di fronte ad alternative rischiose, gli investitori soffrono una forte avversione alle perdite (loss aversion), ovvero si rammaricano per un risultato negativo molto più di quanto non siano felici per un profitto di pari entità.

Teoria del prospetto

La teoria del prospetto è una teoria della decisione formulata dagli psicologi israeliani Daniel Kahneman e Amos Tversky nel 1979. Essa rappresenta un’alternativa descrittiva alla Teoria dell’utilità attesa di John von Neumann e Oskar Morgenstern.

Mentre la teoria classica aveva il fine di stabilire le condizioni ideali (normative) secondo cui una decisione può essere definita razionale, la teoria del prospetto si propone invece di fornire una descrizione di come gli individui effettivamente si comportano di fronte a una decisione.

La teoria del prospetto si focalizza in particolare sulle decisioni in condizione di rischio, che sono definite come le decisioni in cui è conosciuta (o si può stimare) la probabilità associata ai possibili esiti di ogni alternativa a disposizione.

Presupposti

L’aspetto più innovativo di questa formulazione sta nel fatto che la teoria del prospetto si basa su evidenze empiriche. Attraverso numerosi esperimenti di psicologia cognitiva, infatti, Kahneman e Tversky dimostrarono come le scelte degli esseri umani violassero sistematicamente i principi della razionalità economica.

In particolare i due autori posero l’accento su due importanti fenomeni psicologici, in realtà collegati tra loro ossia l’effetto contesto (framing) e l’avversione alle perdite.

Effetto contesto 

L’effetto contesto (framing). Il frame, cioè il contesto in cui l’individuo si trova a operare la scelta, ha un effetto determinante sulla scelta stessa. In particolare il modo in cui il problema viene formulato influisce sul modo in cui l’individuo percepisce il punto di partenza (o “status quo”), rispetto a cui valutare i possibili esiti delle proprie azioni. Un celebre esempio di questo effetto è il problema della malattia asiatica, in cui due diverse formulazioni dello stesso problema conducono generalmente a due diverse decisioni da parte della maggioranza degli individui.

Avversione alle perdite 

L’avversione alle perdite. Per la maggior parte degli individui la motivazione ad evitare una perdita è superiore alla motivazione a realizzare un guadagno. Questo principio psicologico generale, che è probabilmente collegato ad una sorta di istinto di sopravvivenza, fa sì che la stessa decisione può dare origine a scelte opposte se gli esiti vengono rappresentati al soggetto come perdite piuttosto che come mancati guadagni. Ad esempio è più facile rinunciare a un possibile sconto piuttosto che accettare un aumento di prezzo, anche se la differenza tra il prezzo iniziale e quello finale è la stessa.

 

Finanza comportamentale - La funzione di valore
Funzione di valore

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Avida ricercatrice con anni di esperienza nella comunicazione sui mercati europei come traduttrice e ideatrice di contenuti. Interessata da sempre alle correnti psico-sociologiche che muovono il mondo, le applica ora al trading.