Quanto conosci il caffè? Le quotazioni della commodity più bevuta al mondo

Le schede tecniche delle commodity: Il caffè

Le bacche di caffè, che contengono i semi o “chicchi”, crescono in più di 70 paesi diversi. Le origini di questa pianta sempreverde, appartenente alla famiglia delle Rubiacee, sembrano risalire al lontano XV° secolo nello stato dello Yemen.

Il caffè è il secondo prodotto più commercializzato a livello mondiale, dopo il petrolio, con un volume di mercato pari a circa 15 miliardi di dollari e costituisce l’unica fonte reale di reddito per più di venti milioni di coltivatori nel Sud del mondo. Una grande maggioranza di queste persone, e indirettamente le loro famiglie dipendono quasi totalmente dalle forti oscillazioni del prezzo del caffè e dalle speculazioni finanziarie delle grandi borse europee e statunitensi.

 

La produzione di caffè

Fino agli anni Sessanta la produzione di caffè era ripartita tra Brasile, paesi latino-americani e Africa, negli anni Novanta la produzione asiatica ha superato quella dell’America Latina. Secondo le statistiche riportate sul sito dell’ICO (International Coffee Organization), i maggiori produttori-esportatori di caffè sono in ordine di quantità esportate, Brasile, Vietnam, Colombia, Indonesia. Seguono Guatemala, Perù, India, Honduras, Uganda, Etiopia, Messico, con indici variabili, secondo le annate.

Il caffè è coltivato principalmente in grandi piantagioni a produzione intensiva (fincas o fazendas), presso le quali le popolazioni indigene trovano impiego, da piccoli produttori che difficilmente hanno accesso diretto al mercato.

Poiché il caffè è, spesso, per questi piccoli produttori l’unica fonte di sopravvivenza, essi si vedono costretti a vendere il loro raccolto a intermediari locali che vendono, a loro volta, il caffè a società multinazionali tramite una catena di intermediari via via più grandi. I piccoli produttori non hanno alcun potere di contrattazione sul prezzo e questo li porta a subire i prezzi stabiliti e imposti dalle multinazionali.

Da un censimento del 2000, il 2% dei proprietari possedeva, in Brasile, il 60% delle terre, in Paraguay l’1% controllava l’80% delle terre coltivabili, mentre i piccoli produttori possedevano in tutta l’America Latina solo il 5% delle terre.

In Africa, invece, la grande produzione è meno presente e la produzione del caffè è generalmente frazionata tra piccoli produttori. I programmi di aggiustamento strutturale degli anni Ottanta, voluti dal Fondo Monetario Europeo e dalla Banca Mondiale, hanno provocato in Africa l’annullamento del potere statale sulle attività economiche, con conseguenti processi di privatizzazione, liberalizzazione e ingresso di capitali esteri, principalmente europei. Sono stati smantellati i Marketing Board, enti pubblici destinati ad assicurare ai piccoli produttori di caffè un prezzo minimo sulle vendite.

 

L’esportazione del caffè

I paesi produttori consumano solo una quantità minima di caffè e il 75% della quantità prodotta viene esportata. I più grandi importatori di caffè sono l’Europa (principalmente Germania, Francia e Italia), gli Usa e il Giappone. L’Europa importa principalmente dall’Africa, mentre gli Stati Uniti principalmente dal Centro e Sudamerica.

A partire dagli anni Novanta le importazioni sono diminuite a causa della stagnazione dei consumi di caffè, dell’aumento dei prezzi e della diffusione, principalmente nel Nord-Europa, di nuove abitudini legate a bevande più leggere e con un basso contenuto di caffeina. Anche i crescenti flussi migratori di turchi e magrebini verso gli USA e l’Europa o di centro e sudamericani soprattutto negli Stati Uniti sta contribuendo a un cambiamento delle abitudini legate all’uso del caffè.

 

Gli scambi di caffè 

Il mercato del caffè ha avuto un andamento relativamente stabile fino al 1989. Dal 1962 i paesi produttori di caffè si erano accordati per stabilizzare il prezzo del caffè e determinare delle quote di esportazione. L’emergenza di nuovi produttori al di fuori dell’ICO, complicò il sistema di stabilizzazione dei prezzi (poiché questi paesi esportavano il caffè a prezzi più bassi di quelli stabiliti dall’ICO) e rese più complicato il sistema di regolamentazione basato sulle quote di esportazione.

I tentativi di accordi tra i paesi membri dell’ICO e quelli non membri fallirono nel luglio 1989. A partire da quel momento, si cominciò a parlare di libero mercato del caffè. La liberalizzazione del mercato successiva al 1989 ha causato il riversamento sul mercato di tutte le scorte, provocando un crollo del prezzo, che scese ai livelli degli anni Trenta.

La situazione ricominciò ad apparire più stabile quando nel 1993 fu fondata l’APPC (associazione dei paesi produttori di caffè) che è riuscita, in una prima fase a fissare delle limitazioni regolari alle esportazioni. All’inizio del 2000 l’APPC ha iniziato un programma di ritenzione del 20% delle scorte che però è fallito perché molti paesi produttori non l’hanno rispettato. Questo, unito al mancato pagamento delle rispettive quote da parte di molti dei paesi africani, come conseguenza della crisi dovuta all’abbassamento del prezzo mondiale del caffè, ha portato alla sospensione delle attività dell’APPC a partire dal gennaio 2002.

 

Il caffè sui mercati finanziari

In questo quadro mondiale di continue oscillazioni, un ruolo fondamentale è giocato dagli speculatori finanziari. Attraverso gli strumenti di ingegneria finanziaria basati sui contratti a termine, conosciuti come futures, il caffè viene acquistato dalle grandi società importatrici occidentali ancor prima di essere raccolto, fissando un termine per la consegna. Il caffè viene pagato quasi interamente al momento della consegna, per cui se nel periodo che intercorre tra l’acquisto e la consegna il prezzo aumenta, l’acquirente può rivendere il caffè ancora prima di averlo fisicamente ricevuto. Su questi contratti futures sono stati costruiti negli anni strumenti finanziari complessi e rischiosi, che spostano ingenti quantità di denaro non collegato a nessun flusso reale di merce nel periodo di vigenza del contratto.

Il caffè diviene, così, oggetto di grandi speculazioni finanziarie che innalzano o abbassano il suo prezzo attraverso dei meccanismi che prescindono dal reale andamento della produzione. I produttori non partecipano a questo “gioco”, non hanno alcun potere contrattuale nella determinazione del prezzo. Essi subiscono pesantemente gli effetti negativi della caduta dei prezzi, ma non traggono alcun beneficio dal loro aumento, a causa dei molti intermediari, chiamati coyotes, che acquistano il caffè dai piccoli produttori a prezzi bassissimi per rivenderlo alle grosse multinazionali del caffè. Vendere il caffè ai coyotes rappresenta spesso l’unico modo di sopravvivere per molti piccoli contadini che dipendono totalmente dalla coltivazione del caffè e non hanno altre vie d’accesso al mercato.

Complessivamente è possibile affermare che la progressiva liberalizzazione del settore ha avuto effetti discordanti. Da un lato, si è creato un mercato più efficiente, con meno livelli di intermediazione. Dall’altro lato, i coltivatori non hanno più potuto fare affidamento sul potere negoziale delle organizzazioni nazionali, per definire i livelli di prezzo e si sono trovati costretti a negoziare direttamente con i grandi traders internazionali, scontando un notevole deficit in termini di potere contrattuale.

 

Scheda tecnica del caffè

 

scheda tecnica caffè

 

Le due specie di caffè più diffuse sono la pregiata Arabica, e la “Robusta”:

  • Arabica: cresce con temperature comprese tra i 15 e 24 gradi in zone collinari e di montagna, fino ai 2.000 metri di altezza.
  • Robusta: cresce con temperature comprese fra i 24 e 30 gradi in zone che vanno dal livello del mare sino a 800 metri di altezza.

Quindi la coltivazione di robusta è meno critica, mentre il raccolto di arabica difficilmente può avvenire in maniera meccanica.

La produzione mondiale è per il 63% di arabica e 37% di robusta, con l’arabica che sta guadagnando quote di mercato rispetto alla robusta (dati ICO).

Le quotazioni del caffè

 

quotazione caffè

 

La tabella consente di verificare che la robusta quota circa il 28% in meno dell’arabica. Pertanto pur essendo la robusta di qualità inferiore, variando la miscela può rappresentare un valido sostituto.

Un’altra differenza è che le quotazioni di New York si riferiscono alla qualità arabica, mentre la robusta è contrattata a Londra.

Infine anche per il caffè vi proponiamo il Seasonal Patterns o modello di stagionalità per comprendere meglio dal lato operativo l’andamento di questa commodity.

Caffé_pattern storico
Fonte: Moore Research Centre

 

Questa commodity ha il suo particolare grafico di stagionalità dove si nota subito una scarsa correlazione tra le varie medie. In ogni caso il periodo dell’anno in cui il prezzo ha la maggiore tendenza rialzista va da ottobre ai primi giorni di marzo (quindi durante il periodo invernale). 

Esistono tuttavia elementi propri del mercato del caffè che rendono la volatilità in questo mercato un fenomeno strutturale rilevante. A causa dei ridottissimi margini i produttori sono impossibilitati ad effettuare i necessari investimenti nelle piantagioni nei periodi in cui i prezzi sono bassi. Al contrario questi investimenti vengono effettuati da tutti nei periodi di prezzi elevati. L’esistenza di un lasso temporale di 5-7 anni tra la semina di una pianta di caffè e il raccolto, fa sì che l’effetto di queste decisioni venga realizzato con ritardo, quando tuttavia i fondamentali economici del settore possono risultare buoni. A questa volatilità che potremmo definire strutturale, va aggiunta anche la volatilità legata all’attività di speculazione presente nel mercato a termine.

REPORT PRINCIPALE PER LO STUDIO DEL CAFFÈ:  Monthly Softs Fast Facts viene pubblicato ogni mese dall’ICE.

 

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Fonti:    www.theice.com   –    en.wikipedia.org  –  www.mrci.com  – http://dev.ico.org/

Matteo Anelli
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Analista e Top Trader in Commodity Spread, scrive di commodities e anima quotidianamente il Trading Club Multiday.