Beta: come diversificare il portafoglio

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Alto o Basso: come diversificare in base al valore del Beta

Quest’oggi collegandomi al webinar relativo all’uso del Risk Navigator, vorrei educarvi su una delle variabili che possono di più influenzare la tua operatività ovvero il Beta.

La sfera degli investimenti e della gestione del portafoglio sembra possedere un vero e proprio linguaggio ad hoc, con termini finanziari che compongono un vero e proprio gergo specialistico. E, mentre parole come “dividendi”, “rapporto prezzo-utili” o “obbligazioni a rischio” sono ormai entrate nel’uso quotidiano degli investitori, ce ne sono molte altre che restano oscure al’investitore medio. Ma c’è da dire che alcuni di questi termini stravaganti potrebbero rivelarsi positivi per il tuo portafoglio.

Beta: I parametri della sensibilità

La misurazione statistica di un titolo o un’azione è un elemento particolarmente critico nella composizione di un portafoglio diversificato, tuttavia gli investitori non sembrano curarsene poi un gran che, ed è un peccato. Una veloce lezione sul significato di beta e su come gli investitori possono usarla può fare la differenza nella composizione di un portafoglio vincente.

La definizione ufficiale di beta è:  “un coefficiente che misura il comportamento di un titolo rispetto al mercato”. Fin qui è semplice, ma la definizione prosegue con “il Beta è il rapporto tra la covarianza tra i rendimenti dell’ asset e i rendimenti del portafoglio e la varianza dei rendimenti di mercato”. In altre parole, i tecnici del settore sperano, attraverso l’impiego dell’analisi di regressione, di misurare la volatilità di un titolo o di un portafoglio azionario rispetto ai rendimenti del mercato nel suo insieme.

Sostanzialmente, beta è il rapporto tra le oscillazioni di un certo titolo e quelle degli altri titoli. Di solito, tutti le azioni hanno come riferimento un mercato più ampio, per esempio lo S&P 500; tuttavia, può essere utilizzato un qualsiasi indice di misura, anche bond e materie prime.

Un coefficiente pari a 1 significa che le oscillazioni del titolo corrispondono, al’ incirca, a quelle del mercato. Se osserviamo lo S&P 500 e un indice che lo replica, come lo SPDR S&P 500 ETF (SPY), vedremo che questo ETF ha un beta di 1 poiché è stato progettato per replicare esattamente lo S&P 500.

Quando, invece, il beta è inferiore a 1 significa che il titolo sarà meno volatile del mercato, quindi meno rischioso. Basta uno sguardo allo SPDR Dow Jones Industrial Average ETF (DIA) per averne conferma: questo ETF, infatti, è da cinque anni che ha un beta di 0.94. Un beta inferiore a 1 può anche voler dire che un certo titolo è sicuramente volatile ma il suo prezzo non è particolarmente sensibile ai movimenti del mercato. Due noti esempi, a questo proposito, sono il Gold e lo SPDR Gold Shares (GLD), dove l’oro tende ad avere forti oscillazioni giornaliere che non seguono, però, la direzione del mercato globale. Se il mercato scende, tutti ricorrono all’ oro, di conseguenza, il GLD vanta un beta quinquennale di 0.12.

Se, invece, il beta risulta maggiore di 1 vuol dire che siamo alle prese con un titolo molto più agitato del mercato. Sappiamo tutti che le small-cap sono molto più volatili delle large-cap, e il coefficiente beta lo conferma. Il famosissimo iShares Russell 2000 Index ETF (IWM) ha un beta quinquennale di ben 1.21, e ciò significa che le fluttuazioni di IWM saranno molto maggiori rispetto a quelle dello S&P 500, diciamo pure di un corposo 20%.

A volte, capita che il questo coefficiente riporti un numero negativo. Questo significa che un certo investimento si comporta in modo completamente opposto al mercato. Possiamo prendere le obbligazioni come esempio, infatti queste tendono a scendere quando il mercato sale e viceversa. L’ETF più noto relativo alle obbligazioni, il Vanguard Total Bond Market ETF (BND), mostra un beta quinquennale di -0.04. E non sono solo le obbligazioni ad avere un beta negativo ma anche investimenti su derivati, e opzioni put.

Uniamo i pezzi del puzzle

Ora che abbiamo fatto amicizia con beta, la domanda che nasce è: come possiamo usare questo coefficiente?

Il più grande vantaggio è sicuramente la diversificazione, prendendo in considerazione i diversi coefficienti relativi al sottostante in possesso, gli investitori potrebbero scegliere asset class che si muovono in direzioni e con forze diverse. In questo modo, si potrebbe costruire un portafoglio più bilanciato.

Un altro vantaggio offerto dall’analisi del beta è che gli investitori possono definire la tolleranza al rischio. Per evitare di continuare a guardare il monitor per vedere le oscillazioni dei titoli del portafoglio e farsi venire, così, il mal di mare, prendete in considerazione il coefficiente beta. Ci sono tre casistiche, uguale a 1, inferiore o superiore a 1: si può decidere di vedere quei strumenti che hanno un beta alto oppure di comprare quegli asset che hanno un beta inferiore a 1 o negativo.

Infine, per quando riguarda gli investitori che prediligono il breve periodo, il coefficiente beta può essere utile a misurare i rendimenti. Gli asset che hanno un beta di 1 avranno indicativamente lo stesso ritorno del mercato in un dato giorno. Se il mercato ha un’impennata del 5%, il prezzo di un titolo a pari coefficiente dovrebbe salire del 5%. Per i trader il valore del beta può essere impiegato per identificare quei titoli o ETF che dovrebbero avere performance migliori del mercato, sempre in dato giorno.

Il nostro invito è di non ignorare l’importanza di questo coefficiente che potrebbe entrare a far parte della “borsa degli attrezzi” del trader professionista e dare un input in più per la composizione del portafoglio.

Buona caccia al Beta!

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Zambarbieri
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Analista del mercato azionario e co-creatore del metodo Beta Trading, è un fine conoscitore anche delle Opzioni Vanilla e della piattorma di trading Trader WorkStation.